Approccio semplificato all’EMOGAS secondo Stewart

L’insegnamento tradizionale all’emogas di  tipo descrittivo basato sull’equazione di Henderson-Hasselbalch originariamente adottato da negli anni ’50 nei paesi scandinavi da Siggaard-Andersen e successivamente ampliato e modificato negli USA da Schwartz e Relman, (la cosiddetta  “scuola di Boston”), trova  i suoi presupposti nell’equazione di Henderson-Hasselbalch (H-H) in cui il  pH = pKa + log ([HCO3-]/[CO2]) e si basa principalmente su :

1. PH come misura generale dello stato acidobase;
2. PCO2 come misura indipendente della componente respiratoria;
3. Base Excess Standard (SBE o BEecf) come misura indipendente della componente non respiratoria (metabolica).

Tale approccio però non consente sempre una corretta interpretazione fisiopatologica del disturbo acido-base e le principali critiche si basano soprattutto sul fatto che le variabili carboniche sono coinvolte sia nell’acidosi metabolica che in quella respiratoria. Ad esempio considerando la dipendenza della HCO3- dalla Pco2 essa non è misura indipendente della componente metabolica nei disturbi acido-base. Per superare tali problemi, negli anni ‘80 Peter Stewart biochimico americano, introdusse un nuovo tipo di approccio basato su 3 concetti fondamentali :
1. legge di conservazione della massa;
2. l’elettroneutralità;
3. 3 variabili indipendenti:
– Strong Ion Difference (SID), la differenza tra la somma di tutti i cationi forti e quella tra tutti gli anioni forti;
– pressione parziale di anidride carbonica (Pco2 );
– e concentrazione totale di acidi deboli (ATOT).

Misura grafica facilmente ottenibile con software di analisi grafica e che racchiude sia il principio di elettroneutralità tra cationi e anioni nel plasma che le tre variabili indipendenti (SID, Pco2 e Atot) è il gamblogramma.

CVRS Policlinico Veterinario Roma Sud | gamblogramma

Il pH e il contenuto di bicarbonato, secondo l’approccio di Stewart, sono variabili dipendenti e quindi si modificano in relazione all’andamento delle 3 variabili indipendenti. Gli Ioni forti vengono definiti come forti in quanto sono sempre dissociati in soluzione, hanno carica elettrica positiva o negativa e sono circondati da una nuvola di molecole d’acqua orientata secondo le forze di attrazione, ed inoltre non partecipano a nessuna reazione chimica. Oltre a sodio e cloro gli ioni forti presenti in misura significativa nel plasma sono potassio (K+ ), calcio (Ca2+), magnesio (Mg2+) e lo ione lattato (LA-).

Nel plasma normale gli ioni forti a carica positiva eccedono gli ioni forti a carica negativa di circa 38-42 mEq/L. Questa differenza di carica, viene chiamata SID nell’ approccio di Stewart ed equivale al Base Buffer (BB) secondo l’approccio classico di H-H.

Ad esempio una SID di 42 mEq/L implica la presenza di 42 mEq/L di eccesso di ioni forti a carica positiva che devono essere equilibrati da un numero uguale di cariche negative differenti dagli ioni forti (HCO3-, Albumine, Solfati etc) sempre con il fine di consentire l’elettroneutralità tra cationi ed anioni.

Una grossa differenza tra l’approccio classico e quello di Stewart è il grande contributo degli elettroliti (Ioni Forti) nel determinismo dell’equilibrio acido-base in quest’ultimo modello.

 

CVRS Policlinico Veterinario Roma Sud | Approccio Semplificato All’emogas Secondo Stewart

Ruolo degli elettroliti e della fluidoterapia perioperatoria nella correzione degli squilibri acido-base

Ben descritto da molti anni il ruolo dei fluidi nella genesi dei disturbi acido-base nel periodo perioperatorio e grande contributo alla loro spiegazione viene dall’approccio di Stewart all’emogas.

L’infusione di larghi volumi di sodio cloruro 0,9% ad esempio è causa di acidosi ipercloremica. Anche se al momento attuale ancora non è chiaro l’impatto dell’ acidosi sull’ outcome del paziente; la presenza post-infusione di valori elevati di PH, BE, in presenza di alti livelli di cloro, comporta ad esempio riduzione della perfusione splancnica e del valore di GFR renale. Il modello classico (H-H) spiega l’acidosi come diluizione ad opera dei fluidi dei bicarbonati (HCO3-) nel volume extra-cellulare, e come cambiamento di equilibro tra bicarbonati, emoglobina e proteine. Tale approccio, pur essendo in grado di spiegare e predire con modelli diluizionali il calo del PH in seguito all’uso di soluzioni saline, non è in grado di predire parimenti gli effetti delle soluzioni infusionali contenenti bicarbonato, lattato, gluconato o acetato.

Per tale motivo l’approccio di Henderson-Hasselbalch risulta per molti autori incompleto nella spiegazione del fenomeno. Stewart viceversa da una spiegazione del fenomeno del tutto differente.
Ogni fluido infisionale ha carica positiva netta pari a 0 (Elettroneutrale) ma possiede un proprio valore di STRONG ION DIFFERENCE (SID) una volta che l’organismo metabolizza completamente le componenti di anioni organici della soluzione (Lattato, Acetato o Gluconato) o allontana il bicarbonato come Co2. Tale differenza di SID della soluzione media il valore SID plasmatico e quindi il valore acido-base del paziente in funzione del volume di infuso totale e della sua velocità di infusione.

Questi i valori di SID nell’organismo dei principali fluidi :

SODIO CLORURO 0,9 % = SID 0
RINGER LATTATO / ACETATO = SID + 29
ELETTROLITICA REIDRATANTE III = SID + 55

Altra regola derivata dai lavori del gruppo di Gattinoni (Carlesso 2011) prevede come la SID della soluzione diluente si metta in rapporto con la SID plasmatica in relazione alle dosi ed al valore di HCO3- del ricevente seguendo tale regola generale :
SID soluzione > HCO3- ricevente = tendenza all’ alcalosi
SID soluzione = HCO3- ricevente = effetto neutrale
SID soluzione < HCO3- ricevente = tendenza all’ acidosi

Seguendo tale regola si può osservare come in alcune situazioni cliniche l’affermazione che vede nella soluzione di Ringer Lattato/Acetato una soluzione sempre tendente alla formazione di alcalosi, in realtà non sia reale. Ad esempio nei pazienti con alcalosi metabolica e valori di HCO3- uguali o maggiori a 29 meq/L ecco che la soluzione di Ringer tende alla genesi di acidosi al posto dell’alcalosi.

Altri esempi dell’applicazione dell’approccio di Stewart alla clinica di tutti i giorni riguarda ad esempio la spiegazione dell’ effetto alcalinizzante del Bicarbonato di Sodio o della furosemide. La somministrazione in infusione di Bicarbonato di Sodio nei pazienti comporta un aumento della colonna dei cationi (apporto di Na) in presenza di una quota di bicarbonato della colonna degli anioni che si trasforma in Co2 e quindi viene allontanata dall’organismo, alterando quindi la SID plasmatica finale dei pazienti. Per questa ragione un paziente che non riesce ad eliminare per via respiratoria la maggior quota di CO2 proveniente dai Bicarbonati non ottiene nessun effetto alcalinizzante, proprio perché la colonna delle cariche negative (anioni) rimane invariata e di conseguenza rimane invariato anche il valore di SID plasmatico.

La furosemide viceversa comporta un effetto alcalinizzante definito da “contrazione del volume di acqua” a causa dell’aumento di escrezione urinaria di acqua libera e per la maggiore quota di escrezione del Cloro nelle urine; effetti che entrambi provocano un aumento della SID del paziente. Grazie alla rivalutazione dell’approccio di Stewart all’emogas ed un approccio semplificato alle sue teorie è ora possibile una migliore gestione dell’equilibrio acido-base dei nostri pazienti, controllando e modulando la concentrazione dei principali elettroliti plasmatici (Na e Cl) in funzione sia alle diverse tipologie di liquidi infusionali disponibili, sia in relazione alla frazione di escrezione urinaria dei principali elettroliti coinvolti nella regolazione della SID.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Epilessia

Cosa è: L’epilessia colpisce indistintamente sia il cane che il gatto ed è provocata da un’attività elettrica incontrollata della corteccia cerebrale che influenza la capacità motoria e lo stato mentale dell’animale. Le crisi possono durare alcuni secondi o diversi minuti e solitamente si verificano di sera o di notte. In alcuni casi l’attacco può essere innescato da eventi particolari o da stress, anche se la sua insorgenza è tuttora imprevedibile.

Sintomi: Il tuo amico a quattro zampe sembra instabile e confuso? Cade su un fianco, non risponde ai richiami e i suoi movimenti appaiono incontrollati? Un attimo prima tutto sembra normale e all’improvviso si accascia per terra incosciente, con gli occhi sbarrati e i muscoli contratti fino a perdere il controllo della vescica o dell’intestino. Potrebbe essere un episodio isolato, ma nella maggior parte dei casi le convulsioni tendono a presentarsi a intervalli più o meno regolari. La gestione di un paziente con epilessia richiede un lavoro di squadra strettissimo tra proprietario e veterinario, ed è importante che la famiglia dell’animale sia informata correttamente per poter trattare al meglio questo grave disturbo.

Diagnosi: A differenza delle convulsioni (che sono determinate da diverse cause quali il tumore, l’insufficienza renale e l’intossicazione), l’epilessia potrebbe essere causata da una predisposizione ereditaria. Questa patologia si manifesta tra i 6 mesi e i 6 anni e può colpire animali di ogni razza, sebbene sia più frequente nei Border collies, Pastori australiani, Labrador retrievers, Beagles e Pastori tedeschi. Se una crisi parziale non comporta una perdita di conoscenza e può interessare anche solo un arto, un lato del corpo o il volto, una crisi generalizzata determina invece la caduta dell’animale con conseguente rigidità motoria. Terminato l’attacco, la fase conosciuta come postictale prevede periodi di confusione, disorientamento e disturbi transitori della vista, oltre a determinare un aumento di sete e appetito. Il recupero può essere immediato o richiedere fino a 24 ore.

Cosa puoi fare: Innanzitutto occorre mantenere la calma, nonostante lo shock iniziale. L’attacco epilettico non provoca dolore e può esser un evento più stressante per chi vi assiste che per l’animale. E’ importante registrare ora e durata della crisi, tentando di filmare almeno un episodio e prestando attenzione a tutto ciò che potrebbe ferirlo, come mobili o scale, spostandolo quindi delicatamente per la coda o per le zampe posteriori. In questa fase l’animale non è cosciente e suoi i movimenti sono involontari, il che potrebbe indurlo a mordere senza volerlo o a tagliarsi la lingua. E’ dunque consigliato di non toccarlo finché non sarà di nuovo cosciente, salvo evitare un colpo di calore versando dell’acqua fredda sulle zampe. Nel caso in cui l’attacco superi i 5 minuti è necessario correre al pronto soccorso più vicino, in modo da evitare problemi di respirazione e danni al cervello.

Cure: Le crisi possono provocare gravi danni al cervello e, in quanto cumulativi, un numero elevato di attacchi potrebbero causare una senilità precoce (con conseguente perdita dei comportamenti appresi o altre alterazioni comportamentali). In questo caso è necessaria un’indagine clinica accurata, comprensiva di una visita neurologica, di analisi del sangue e delle urine, di una radiografia al torace e di un’ecografia addominale, in modo da poter escludere immediatamente la presenza di patologie cerebrali. I pazienti con crisi multiple dovrebbero iniziare al più presto un trattamento che comprende Fenobarbitale, Levetiracetam o Bromuro di potassio.

Cosa è lo stato epilettico: Lo “stato epilettico” è la condizione più grave per un paziente e può provocare crisi di una durata superiore ai 30 minuti o il verificarsi di due o più attacchi senza possibilità di recupero completo. In questo caso il trattamento dovrebbe essere immediato per evitare danni neurologici permanenti o addirittura la morte. E’ dunque necessario correre al più presto al pronto soccorso veterinario vicino prestando la massima attenzione alla vostra e alla sua incolumità: l’animale deve essere trasportato avvolto in una coperta o in un lenzuolo, cercando di raffreddargli le zampe con dei panni umidi.

Sordità, i vantaggi del test audiometrico

Sordità, i vantaggi del test audiometrico (BAER): scopri cosa puoi fare.

Cosa è la sordità congenita: E’ un tipo di sordità in cui si ha una precoce degenerazione della coclea nelle primissime settimane di vita. La malattia può colpire diverse razze di cani e gatti, tra cui maggiormente Dalmata, Bull Terrier, Setter inglesi, Boxer e Cocker Spaniel, e gatti con mantello bianco e occhi azzurri. Si tratta di una patologia genetica ed è legata proprio al colore del mantello (gene Piebald) e al gene che determina il “Merle” (ad esempio il Border Collie e l’Australian Shepperd). Può essere unilaterale o bilaterale, con la differenza che la prima è difficilmente riconoscibile clinicamente e per questo occorre effettuare il test audiometrico (BAER).

Cosa è il test audiometrico: Si tratta di un esame che registra l’attività elettrica encefalica in risposta a stimoli uditivi. Il test, che non è invasivo e richiede una sedazione (opzionale) di pochi minuti, può essere effettuato su cani e gatti dai 35 giorni di età in poi. L’esame prevede l’inserimento delle cuffiette nel condotto uditivo, in modo che la macchina possa riprodurre una serie di suoni misurando la risposta encefalica a tale stimolazione. In condizioni di normalità il tracciato è composto da almeno 5 onde, mentre in caso di sordità è piatto. Negli adulti l’esame viene effettuato qualora si sospetti una sordità o prima dell’accoppiamento, mentre per i cuccioli delle razze a rischio è considerato un test di screening. Inoltre è necessario ottenere un certificato ufficiale per poter partecipare ai concorsi e per la riproduzione.

Sindrome di Wobbler

Sindrome di Wobbler: oltre al dolore, può provocare una grave paralisi degli arti: scopri cosa puoi fare.

Cosa è: La sindrome di Wobbler o Spondilomielopatia cervicale caudale (SMC) colpisce soprattutto i cani di taglia grande che superano i 3 anni di età, in particolare Doberman, Weimaraner e Dalmata, ma anche giovani esemplari di razze giganti come il Bull Mastiff, l’Alano, il Corso e il Dogue di Bordeaux.

Sintomi: Dolore e difficoltà di coordinazione degli arti, fino ad arrivare alla tetraparesi e alla tetraplegia: questi i principali sintomi della malattia, che può manifestarsi in forma lieve o molto grave. E’ però importante sottolineare che nella maggior parte dei casi il dolore cervicale non è uno dei segni più evidenti dell’insorgere della sindrome.

Diagnosi: La risonanza magnetica è l’indagine più accurata e sicura per diagnosticare la malattia, mentre la TAC – spesso richiesta dal chirurgo per preparare l’intervento – non può esser considerata un’alternativa, a meno che non venga eseguita con mezzo di contrasto. La TAC diventa invece fondamentale nei controlli post-operatori, quando si utilizzano impianti vertebrali.

Cure: Per i pazienti che sono ancora in grado di camminare deve essere osservato un periodo di riposo assoluto di 4 settimane abbinato a esercizi di fisioterapia e all’uso di antiinfiammatori associati a un gastroprotettore. Ciononostante, la probabilità che un trattamento farmacologico risulti efficace è molto bassa e riguarda 4 pazienti su 10. Se il cane non mostra miglioramenti la malattia può degenerare in tetraparesi non deambulatoria e in questo caso bisogna necessariamente ricorrere all’intervento chirurgico.

Mi hanno regalato una tartaruga acquatica!

Da dove vengono le tartarughe acquatiche?

La definizione più corretta per queste specie è “tartaruga semi-acquatica” perché in realtà trascorre la maggior parte del tempo fuori dall’acqua.
In cattività si trovano più comunemente le specie Trachemys scripta elegans (dalle orecchie rosse) e la Trachemys scripta scripta (dalle orecchie gialle).
Sono specie che vivono nella zona sud-orientale degli Stati Uniti e in Messico. Il loro habitat è rappresentato da paludi, laghi e fiumi a decorso lento e prediligono le rive coperte di vegetazione e i banchi di sabbia, dove vanno a prendere il sole. Si adattano comunque a qualsiasi ambiente d’acqua dolce in climi temperati.

In quali condizioni vanno tenute?

Bisogna avere un acquario/terrario oppure uno stagno, in cui vi sia acqua dolce pulita e una zona asciutta su cui possano stare per prendere il sole (o gli UV artificiali) durante il giorno. L’acquario ideale per le tartarughe semiacquatiche dovrebbe avere: un filtro per l’acqua, un metodo di riscaldamento dell’acqua, un termometro, una zona asciutta con una lampada ad infrarossi e relativo termostato, luce ultravioletta con un temporizzatore, piante acquatiche e piante terrestri.

La zona asciutta dovrebbe essere abbastanza spaziosa da poter ospitare tutti i soggetti presenti nell’acquario, perché possano stare al sole (o alla luce) e dotata di una piccola rampa per facilitare l’accesso alle tartarughe. Mentre la zona d’acqua dovrebbe avere una profondità minima di 20 cm in modo che le tartarughe possano nuotare e fare esercizio.
Mantenere l’acqua pulita e senza residui alimentari è il miglior modo per prevenire la formazione di alghe e di conseguenza malattie cutanee delle tartarughe.
Sebbene queste specie possano tollerare un range di temperatura piuttosto ampio (tra i 16 e i 31 ºC), la temperatura ottimale dell’acqua è tra 24 e 28 ºC. La temperatura ambientale non è molto importante ma l’ideale è che non sia troppo diversa rispetto a quella dell’acqua, in modo da evitare bruschi sbalzi, per cui dovrebbe mantenersi tra i 24 e i 26 ºC, cosa fattibile utilizzando una lampada ad infrarossi collegata ad un termostato.
Quando la temperatura dell’acqua scende sotto i 10-12 ºC, stimola le tartarughe ad entrare in ibernazione. Nel loro habitat naturale queste specie non vanno mai in letargo, per cui sarebbe raccomandabile evitare che entrino in ibernazione.
In generale hanno bisogno di un minimo di 3 ore al giorno di sole diretto (non attraverso i vetri delle finestre); se non fosse possibile esporle al sole, si può utilizzare l’illuminazione artificiale specifica che emette raggi ultravioletti di tipo B, in questo caso saranno necessarie 8-10 ore di esposizione.
Dato che, come già accennato, nel loro habitat queste tartarughe non vanno in letargo, con una corretta gestione dell’acqua-terrario è possibile crear loro le condizioni ideali e il più possibile simili al loro ambiente naturale.

Come devo alimentarle?

Le tartarughine piccole possono essere alimentate tutti i giorni, poi man mano che crescono bisognerà diminuire la frequenza fino ad arrivare a 2 o 3 volte alla settimana. E’ sempre importante evitare che i residui degli alimenti rimangano nell’acqua, perché decomponendosi possono contaminarla.
Queste specie, durante la prima fase di accrescimento, necessitano soprattutto di alimenti proteici come pesciolini interi, pezzettini di pesce e lombrichi; ma è importante abituarle fin da piccole a mangiare un poco di verdura, come per esempio tarassaco, trifoglio o carote grattugiate.
I pellet specifici per tartarughe che si trovano nei negozi possono rappresentare un buon alimento, sempre che siano indicati da un Veterinario esperto in medicina degli animali esotici. L’alimentazione con gamberetti essiccati non è conveniente, soprattutto se diventa esclusiva e somministrata in grandi quantità, poiché può provocare costipazione e gravi carenze nutrizionali.
Durante la fase di accrescimento e in particolar modo quando le tartarughe non possono ricevere la luce solare diretta, sarà fondamentale dare integratori specifici che contengano Vitamina D e Calcio.

Come posso capire se la mia tartaruga è malata?

I primi sintomi che possiamo osservare in una tartaruga d’acqua malata sono legati alla perdita della vitalità. In genere alle tartarughe non piace essere manipolate, per cui appena prese in mano tendono ad introdurre la testa sotto il carapace oppure muovono le zampe come per scappare. Se osserviamo un cambiamento in questo comportamento dovremmo sospettare che qualcosa di strano sta succedendo.
Altri segnali di sofferenza possono essere: la mancanza di interesse per il cibo preferito, quando offerto con la solita frequenza; la difficoltà di nuotare , l’incapacità di immergersi oppure il nuotare lateralmente, rimanere fuori dall’acqua più tempo del consueto. Sintomi clinici più evidenti possono essere: carapace molle, secrezioni nasali e oculari, occhi gonfi e chiusi.

Quando riceviamo una tartarughina in regalo oppure decidiamo di acquistarla, la cosa migliore da fare è portarla ad una visita da un Veterinario esperto che possa controllarla e dare tutte le indicazioni per la corretta gestione. Inoltre saranno necessarie visite periodiche per valutare il regolare accrescimento e prevenire in questo modo carenze metaboliche e malattie ad esse relazionate.

Il mio pappagallo si strappa le penne

Perchè i pappagalli si strappano le piume?
Nei pappagalli lo strapparsi le piume (FEATHER PICKING) è una patologia piuttosto comune e generalmente ad eziologia multifattoriale: alimentazione non equilibrata, cause ormonali, infettive, parassitarie, presenza di allergie e comportamentali.

Cosa devo fare?

E’ una sintomatologia che può derivare da molte cause e quindi è necessaria una visita di un veterinario con un’esperienza specifica nella gestione di questi animali, così da poter eseguire gli accertamenti diagnostci necessari.

Le indagini che spesso sono indicate comprendono:

• Esame parassitologico delle feci.
• Prelievo con scotch dalle piume e cute, per ricercare ectoparassiti (acari) e valutare la presenza di sovrainfezioni batteriche e fungine.
• Esame ematologico completo con profilo biochimico per verificare le condizioni metaboliche generali.
• Prove di biologia molecolare (PCR) per la ricerca di Circovirus e Polyomavirus.
• Tamponi cutanei per la coltura di eventuali batteri e lieviti, e relativo antibiogramma quando necessario.

COME SI CURA?

Nei casi lievi si possono impostare semplici trattamenti topici, ma spesso in certi casi è necessario invece ricorrere a farmaci sistemici, e talvolta anche a terapie comportamentali, oltre alla correzione dell’alimentazione e della gestione generale del pappagallo. La sfida maggiore è giungere a riconoscere la causa principale per poterla rimuovere.
La ricrescita delle penne strappate è un processo lento e graduale, è necessario avere pazienza.

Il primo segno che la terapia impostata è adeguata è la ripresa di un comportamento adeguato e l’interruzione dei fenomeni di autolesionismo.

La pododermatite nel coniglio

Che cos’è la pododermatite?
La pododermatite è una malattia della pelle a livello del piede del coniglio (piedone). Quando trascurata può tendere a danneggiare anche i muscoli, le ossa e le articolazioni sottostanti.
Gli animali colpiti da pododermatite mostrano croste e ferite ulcerate, a volte con accumuli di pus, nella parte inferiore del piede, manifestando molto dolore, limitazione del movimento e diminuzione dell’ingestione di alimenti (iporessia e anoressia).

Quale è la sua causa?
L’origine di questa patologia è di tipo multifattoriale e fra le principali cause scatenanti troviamo un trauma dovuto alla pressione eccessiva nella parte plantare del tarso come conseguenza di superfici irregolari che provocano lesioni primarie nella pelle. La contaminazione di queste lesioni avviene tramite microrganismi presenti nel suolo o nella gabbia. Sono fattori predisponenti l’obesità, la taglia (E’ più comune nei conigli di taglia grossa) e l’età.

Cosa bisogna fare?
Quando si presenta questa patologia è importante una visita clinica approfondita. Il trattamento iniziale è antibiotico ma nei casi più gravi può essere indicato procedere con una la pulizia chirurgica. Generalmente in profondità e sono necessati bendaggi protettivi. E’ importante che l’antibiotico venga scelto sulla base del risultato di un esame colturale e che vengano somministrati anche antidolorifici.
Il controllo delle cause predisponenti (pavimenti inadeguati, sovrappeso, ambienti poco igienici) è essenziale per ridurre l’insorgenza di eventuali recidive.
L’andamento del trattamento va valutato con frequenza settimanale.
La combinazione di terapie che stimolino la cicatrizzazione della ferita come la biostimolazione con laserterapia hanno mostrato una significativa riduzione del tempo di cicatrizzazione e un effetto antidolorifico importante.

Mi hanno regalato una cavia!

Da dove proviene questa specie?

Questo roditore è originario delle Ande e il suo nome scientifico è Cavia porcellus. Una delle caratteristiche peculiari della specie è quella di essersi adattato al clima semiarido, asciutto presente sopra i 1000 metri sulle montagne andine, in cui la disponibilità di alimenti è rappresentata da pascoli di erbe ad alto fusto, radici, rari frutti e semi; la forte intensità del sole a quelle altitudini ha influenzato il suo ritmo di vita: rimane nella tana durante il giorno e si attiva al tramonto e durante la notte.
È un animale sociale e vive in piccoli gruppi, guidati da un maschio dominante, e quindi in cattività sarebbe meglio non lasciarle da sole. Si possono tenere in coppia o mettere insieme due soggetti dello stesso sesso. Nel caso dei maschi, uno cercherà DI dominare l’altro; se sono fratelli, in genere non si aggrediscono finchè non si introduce una femmina, in quel caso si consiglia di sterilizzarli in modo che possano convivere in tranquillità. Sono ottimi animali da compagnia per la loro indole docile e socievole. Ne esistono diverse razze, dal pelo lungo, corto, liscio o arricciato e persino senza pelo.

Come la tengo in casa?

La cavia si adatta bene all’ambiente domestico, può essere tenuta in una grande gabbia, ma ha bisogno di poter fare molto esercizio ogni giorno, libera in casa o in un giardino, sotto l’occhio vigile del proprietario.
La gabbia dovrebbe essere adeguata per una cavia DOVREBBE AVERE una lunghezza minima di 75 cm e 30 cm di larghezza, e la parte superiore chiusa per evitare la fuga. Il fondo della gabbia va ricoperto con materiale assorbente e facile da sostituire quotidianamente. Si possono usare fieno, pellet specifici (non quelli per la stufa!) oppure striscie di carta assorbente, mentre si sconsiglia di usare segatura, perchè una volta inumidita diventa appiccicosa e potrebbe provocare problemi cutanei all’animale, soprattutto a livello delle zone genitali. Per l’acqua si utilizzano dei beverini a goccia, che hanno una buona tenuta ed evitano che si bagni il fondo della gabbia.
Dato che le cavie sono abituate a rifugiarsi nelle tane, si consiglia di collocare nella gabbia una casetta che possa essere usata come comodo rifugio.
La temperatura ideale per mantenere una cavia oscilla tra i 18 e i 26 °C con un’ umidità del 40-70 %. Bisogna considerare che questa specie tollera piuttosto bene le temperature basse mentre soffre in caso di temperature troppo elevate.

Qual è l’alimentazione adeguata?

La cavia è un animale molto abitudinario per quanto riguarda l’alimentazione, se si cambia per esempio la ciotola potrebbe non alimentarsi più. Ha bisogno di fieno di buona qualità, verdure fresche, come per esempio il tarassaco (dente di leone), il finocchio e la lattuga romana. Nella cavia è molto importante l’integrazione di vitamina C. La dose giornaliera è di 20-30 mg/kg per via orale, si consiglia di somministrarla direttamente in bocca, in questo modo siamo veramente sicuri che l’animale abbia ingerito la quantità giusta. Fra gli alimenti con più alto contenuto di vitamina C troviamo peperoni, broccoli, prezzemolo, kiwi, arancia e carote.

Alimenti controindicati: è bene non dare miscele di semi, pane, biscotti, pomodori, melanzane, cioccolato, latte o derivati, pannocchie di mais, pellet per conigli o avocado.

Quando portarla dal Veterinario?

SE NON SI HA ESPERIENZA CON QUESTI ANIMALI COSI PARTICOLARI, LA PRIMA COSA DA FARE QUANDO SI ADOTTA UNA CAVIA è CHIEDERE CONSIGLIO AL VETERINARIO E RICEVERE una consulenza specifica sulla gestione della specie, con lo scopo di garantire il corretto accrescimento della cavietta e garantirLe una buona salute.
In seguito sarà SUFFICIENTE una visita annuale per controllare il peso, lo stato generale e la crescita dentale. Dato che nella cavia la crescita dentale è continua, sono piuttosto fequenti i problemi dovuti ad una usura non simmetrica dei denti.

QUESTI ANIMALI SONO MOLTO DELICATI E I SEGNI DI MALESSERE NON ANDREBBERO MAI SOTTOVALUTATI, SOPRATTUTTO SE SI NOTANO

Vi sono inoltre situazioni in cui è importante portare prontamente la cavia in visita da un veterinario conoscitore della specie: per esempio nel caso in cui si manifestino alterazioni evidenti nel comportamento, oppure diarrea o mancata produzione di feci con perdita dell’appetito.
Un proprietario attento e che dedica molto tempo ad osservare la sua cavia sarà in grado di capire subito quando qualcosa non va bene ed agire di conseguenza.

Come portarla dal veterinario?

Le cavie sono animali MOLTO sensibili allo stress per qui il trasporto andrà fatto con particolare cura.
L’ideale sarebbe utilizzare la stessa gabbia in cui vive normalmente, oppure un trasportino a cui l’animale sia già abituato. Se si usa il trasportino, è consigliabile mettere sul fondo uno strato di fieno, preferibilmente quello che di solito l’animale consuma, in modo da evitare odori estranei o non abituali al nostro animaletto. È preferibile che l’ambiente del mezzo (la macchina) non sia né eccessivamente calda nè troppo fredda (ATTENZIONE CON L’ARIA CONDIZIONATA).
IN SALA D’ATTESA CERCATE IL POSTO Più TRANQUILLLO E mantenuta in un posto tranquillo, il più possibile lontano da cani e gatti (si consiglia di fissare per telefono un’appuntamento in modo da evitare lunghe attese in sala d’aspetto insieme ai “potenziali predatori”).

Stasi gastrointestinale nel coniglio

Il blocco gastrointestinale (noto anche come stasi/costipazione gastrointestinale) nei conigli d’affezione è purtroppo molto frequente ed è anche una delle prime cause di morte. A volte è solo un rallentamento della motilità intestinale, il coniglio rimane apatico e non mangia, ma può diventare molto pericoloso quando non viene riconosciuto in breve tempo e curato adeguatamente.

COME SI RICONOSCE?

Nei conigli con stasi gastrointestinale, spesso il proprietario osserva, diminuzione dell’appetito, produzione di pallottole fecali di piccole dimensioni.
Il veterinario con la palpazione dell’addome e con un esame radiografico confermerà il sospetto clinico.
La palpazione di una massa compatta e tondeggiante nel settore craniale dell’addome è riferibile a fenomeni di stasi gastrointestinale o alla presenza di un tricobezoario (palla di pelo). L’esistenza di un’ostruzione, che deve essere esclusa prima di iniziare il trattamento della stasi, può essere confermata per via radiografica; tuttavia, se la defecazione è mantenuta, è improbabile che sia in atto un fenomeno ostruttivo.

COSA LO CAUSA?

DIETE INADEGUATE E STRESS SONO IMPORTANTI FATTORI PREDISPONENTI. INOLTRE IL CONIGLIO HA UNA FISIOLOGIA INTESTINAL EMOLTO DELICATA E COMPLESSA:
deve sempre mangiare per avere lo stomaco pieno e tenere il sistema gastrointestinale in continuo movimento.
Il digiuno Può essere mortale; inoltre è importante anche sapere che il coniglio non è in grado di vomitare, per cui non può liberarsi dell’eccesso di materiale presente nello stomaco.

QUALI SONO LE TIPOLOGIE DI BLOCCO?

Esistono 2 tipi di blocco gastrointestinale, è importante andare dal veterinario per riconoscere di quale si tratta per una giusta terapia. Quando un coniglio ha un blocco, il cibo contenuto nello stomaco rimane fermo per troppo tempo diventando sempre più asciutto e secco, fino a formare una massa dura riconoscibile anche al tatto. Con il passare delle ore si arriverà ad un’ulteriore disidratazione dei contenuti del sistema gastrointestinale fino al blocco completo (stomaco duro).

In altri casi il cibo bloccato nello stomaco comincia a fermentare, producendo gas che riempie stomaco e intestino (addome gonfio), causando forte dolore (coliche intestinali), anoressia, il coniglio smette di mangiare e di scaricare feci, scatenando il moltiplicarsi di batteri nocivi. Se non è trattato tempestivamente lo stomaco si potrebbe rompere.

LE DUE CAUSE PRINCIPALI SONO UNA ECCESSIVA FERMENTAZIONE DEL CONTENUTO INESTINALE, E UN RALLENTAMENTO DEL TRANSITO INETSINALE CHE PROVOCA UNA ECCESSIVA DISISDRATAZIOEN DEL CIBO NELLO STOMACO.

PIU RARAMENTE IL BLOCCO INETSTINALE PUO ESSER ACSUATI DA OGGETTI INGERITI INVOLONTARIAMENTE O PER GIOCO: nodi di pelo infeltrito, oggetti di plastica o gomma, stoffa o fili dei tappeti.
INIZIALMENTE I DISTURBI POSSONO ESSERE DIFFICILI DA APPREZZARE, ma nell’arco di 24-48 ore sSI POSSONO SVILUPPARE SEGNI PIU GRAVI: Assenza di DEFECAZIONE, DISTENSIONE ADDOMINALE, CHE IN POCHE ORE POSSONO INNESCARE COMPLICANZE ANCHE GRAVI CHE POSSONO ESSERE LETALI IN 24-48 ORE DALL’ESORDIO.

COME POSSIAMO SOSPETTARE UN BLOCCO INTESTINALE?

Il coniglio non si muove o non mangia neanche se gli offriamo il cibo, rimane apatico in un angolo con le orecchie abbassate e lo sguardo spento, ha posture raccolte e segni di dolore (ASSUME POSIZONI ANOMALE Può AVERE UNO SGUARDO ASSENTE occhi sbarrati, digrignamento dei denti, tremori, perdita dell’appetito progressiva fino all’anoressia completa, ventre gonfio o TESO, assenza di feci o feci molto piccole. Si può notare anche un abbassamento della temperatura corporea (molto pericolosa), E le orecchie sono fredde.

CAUSE:
• alimentazione povera di fibre e troppo ricca di zuccheri,
• troppi peli ingeriti,
• corpi estranei ingeriti (plastica, ferro o altri materiali, tessuto, cartone ecc.),
• poco movimento (vita in gabbia…),
• brusco cambio dell’ alimentazione,
• freddo (sbalzi di temperatura),
• stress (cambio casa, operazioni chirurgiche)
• il coniglio ha mangiato voracemente.

COME SI TRATTA?

È UNA CONDIZIONE GRAVISSIMA ED è NECESSARIA UNA DIAGNOSI E UN TRATTAMENTO TEMPESTIVO PER EVITARE IL PEGGIO. PER QUESTO MOTIVO è IMPORTANTE CHE UN CONIGIIO CON QUESTI SEGNI CLINICI VENGA VISITATO AL Più PRESTO IN UN PRONTO SOCCORSO ATTREZZATO PER QUESTO ANIMALE COSI PARTICOLARE.

I conigli con fenomeni di stasi gastrointestinale o presenza di tricobezoari non ostruttivi vengono trattati in modo ottimale con terapie reidratanti e aumento del tenore in fibra nella dieta. Se il paziente si alimenta e beve, è possibile somministrare soluzioni elettrolitiche per via orale mediante bottiglia o servendosi di una siringa. Inoltre, è necessario fornire al soggetto fieno e verdure ad elevato contenuto in fibra. Se il coniglio è inappetente, è consigliabile ricoverarlo allo scopo di somministrare fluidi per via endovenosa o intraossea. È possibile inserire una sonda rinogastrica oppure sottoporre l’animale ad alimentazione forzata con una siringa. L’uso di metoclopramide e/o cisapride favorisce la motilità gastrointestinale.

Laserterapia coniglio

CVRS Policlinico Veterinario Roma Sud | Laserterapia Coniglio

Laserterapia Coniglio

 

Cos’è la laserterapia? Un poco di storia…

Il primo strumento per l’emissione della luce laser è stato sviluppato negli anni ‘60 e rapidamente, da questa scoperta, sono state sviluppate numerose applicazioni principalmente nell’industria e nella medicina. Il primo esempio è stato il bisturi laser, con il quale si riduceva significativamente il sanguinamento delle ferite e, grazie al suo basso indice traumatico, favoriva notevolmente la cicatrizzazione.

 

 

 

Dalla spada di Obi wan kenobi alla laserterapia.CVRS Policlinico Veterinario Roma Sud | Laserterapia Coniglio

Gli appassionati di fantascienza conoscono l’efficacia fendente della spada laser usata dai personaggi di Guerre Stellari! Ma il laser non viene solo utilizzato per tagliare, con l’uso dei bisturi laser si cominciarono a notare i primi effetti biologici di questa tecnologia. Come prima cosa si scoprì che nelle aree circostanti le ferite si evidenziava una maggior reattività tissutale, un miglioramento del microcircolo e di conseguenza si favoriva l’analgesia, così come la cicatrizzazione; questo fenomeno è stato nominato “biostimolazione laser”.

Più avanti, grazie a ricerche scientifiche più approfondite, è stato dimostrato che insieme alla luce laser viaggiano delle onde di bassa frequenza che hanno la capacità di stimolare i tessuti sui quali sono applicate. Sulla base di questo principio (biostimolazione) sono stati sviluppati gli strumenti laser moderni (laser a diodi), che permettono l’applicazione della luce laser sulla pelle del paziente e che sono in grado di migliorare la ristrutturazione dei tessuti, ridurre l’infiammazione, il dolore e diminuire il tempo di cicatrizzazione. Questa tecnica negli ultimi anni è stata ampiamente utilizzata in medicina umana e negli animali d’affezione con ottimi risultati, principalmente negli animali esotici dove, per problemi legati alla difficile gestione (animali molto vivaci e attivi) e contenzione, risulta uno strumento indolore di grande utilità.

Come viene utilizzato?

Negli animali esotici, la stimolazione tissutale con il laser viene usata principalmente nelle ferite di difficile cicatrizzazione, nelle lesioni osseo-articolari e nei tessuti molto debilitati. Si è dimostrata efficace per ridurre l’infiammazione e il tempo di guarigione delle lesioni, con un impatto molto favorevole sulla modulazione del dolore. Vengono effettuate delle applicazioni laser di breve durata, da 3 a 5 minuti in base alla gravità ed estensione delle lesioni, ma ripetute a distanza di circa 2 giorni fino a completa guarigione. Si tratta di un trattamento molto ben tollerato dagli animali.