Terremoto in Abruzzo. Emozioni da volontaria in campo
L'adrenalina non scende.Forse, come dice un mio amico, mi ci vorrebbe una "mazzettata in testa".
Stamattina alle 8:3 ero in piedi, come se fossi ancora al campo, come se iniziasse un'altra giornata faticosa e piena di cose da fare come le ultime quattro trascorse al campo di S Vittorino in Abruzzo.
S. Vittorino si trova a meno di dieci Km dall'Aquila, ma lì, per fortuna, i danni sono stati inferiori...
Nessuna casa distrutta, ma molte inagibili o presunte tali...e alcune saranno in ogni modo da abbattere e ricostruire, almeno a giudicare da quello che il mio occhio inesperto vedeva dall'esterno..
Questo se si parla dei soli danni materiali alle case...
Ma in quelle case vivevano persone, in quelle case si mangiava, si dormiva, si studiava, si rideva e si litigava...e adesso?
Adesso si dorme nelle tende, allo studio non si pensa, si mangia alla mensa comune, si discute davanti ad un piatto di pasta preparata nella cucina da campo,anche se non c'è molta voglia di discutere perchè ci si sente tutti più uniti, si ride, sì, perchè si ride ancora, davanti al fuoco la sera, quel fuoco che permette di restare ancora un po' all'aperto invece di rinchiudersi in tenda dopo cena per il freddo, perchè il freddo la notte era tanto, al punto che un sacco a pelo non scaldava se sotto non eri coperto da più e più strati di vestiti...
Si ride quando al pranzo di Pasqua dei clown arrivano con palloncini da gonfiare, nasi rossi,scarpe enormi e parrucche colorate a portare un po' di allegria alle circa quattrocento persone sedute intorno a quei lunghi tavoli per il pranzo di Pasqua...
I giorni trascorsi in quel campo da volontaria di Protezione Civile sono stati massacranti, sono stati distruttivi, ma sono stati un'emozione continua, che difficilmente riuscirò a riportare qui e che sarà impossibile da dimenticare...
Abbiamo lavorato, e tanto. C'erano le tende da montare fino a mezzanotte la prima sera, altre da montare il giorno successivo, i camion con gli aiuti umanitari inviati da tutta Italia da scaricare stipare in magazzino, i pasti da servire ai tavoli con la minestrina per nonno Pietro preparata appositamente, c'erano le pedane da posizionare per coprire il fango dopo l'ultimo acquazzone, i magazzini da riordinare, c'era da portare cibo e vestiti ai paesini arroccati sulle montagne e poi e poi e poi...non ci si fermava.
Non c'erano orari, non si timbra il cartellino in casi del genere, ma c'era la voglia di fare, c'era questa "gara alla solidarietà" in cui da fare lo trovavi comunque, perchè, se i magazzini erano in ordine, le tende montate, i pasti serviti..
C'era la signora che davanti al telegiornale si commuoveva, ed era lì accanto a te, intabarrata nel cappello, con il giaccone allacciato e gli occhiali appannati dalle lacrime...e allora c'era un abbraccio, che non era dovuto, ma voluto dare, di cuore, quelle parole pronunciate a mezza voce per non declamare il suo dolore e per non disturbare chi continuava a seguire il TG e poi le parole, forse banali e anche inutili che si sussurravano per cercare di consolarla.
C'erano i signori che quando ti sedevi a mangiare ti allungavano la loro bottiglia di vino o di Mirto mezze piene"almeno vi scaldate un po' "...
C'erano i confronti con gli altri volontari e con i ragazzi del comune che erano lì con noi a coordinare il campo, le chiacchiere, le amicizie che sono nate...
C'era una bambina che la sera, davanti al fuoco, raccontava barzellette ai genitori e il cuore ti si riempiva, perchè ridevi, anche se quella barzelletta la conoscevi quando avevi nove anni e adesso non è più così divertente, ma come fai a non ridere quando due occhi azzurri circondati da un caschetto di capelli biondissimi racconta una storiella cantilenando e chiedendo conferma al fratello maggiore sulle parti che non ricorda?Come fai a non commuoverti davanti a chi lo scompiglio che è piombato nella sua vita lo riporta in una barzelletta sconclusionata?
E c'erano altri due occhi azzurri, come quelli di Paul Newman, che brillavano in un viso rubizzo,dalla carnagione scura di chi è sempre vissuto in montagna che contrastava con i ciuffi di capelli bianchissimi che uscivano dal cappello...quel cappello che portavano i nostri nonni al paese, quello con le tese, grigio, di feltro...un nome che rispecchiava anche la persona:"Giocondo", novant'anni circa, cammina con le stampelle, le gambe non sono più quelle di una volta,quelle di quando faceva il militare a Trieste e "c'erano più donne che uomini, allora ci si divertiva...ma non farmi pensare al passato che mi vien da ridere.."risponde mentre ride, con la bocca e con lo sguardo, quando gli chiedo quante donne avrà fatto innamorare con quegli occhi. E poi gli prometto, non so neanche come è venuto fuori il discorso, che quando tornerò porterò le carte e giocherò con lui a tressette, briscola, scopone, scala quaranta e quello che vorrà. Intanto i suoi amici intorno, un po' più giovani di lui, mi dicono che mi son scelta un bel compagno per il gioco, perchè Giocondo è un proprio un furbetto.
E ride, Giocondo, mentre ridono quelli che gli sono intorno e rido anche io, con gli occhiali da sole che abbasso sul naso, per coprire gli occhi che mi sono diventati lucidi...
E c'era altro, tanto altro che non sono in grado di riportare, perchè per comprendere un'esperienza del genere si deve viverla, si deve sentire sulla pelle la fatica, il sudore, la commozione.
Tornerò, è una promessa, un'altra, che ho fatto a me stessa e a loro.