Sto guardando uno dei miei blocchetti di appunti, nel camper, a San Vittorino.
Dalla porta aperta, oltre al fumo del fuoco per scaldarsi che ogni tanto invade l’ambiente, entrano i rumori e i suoni quasi alieni del campo. Mi viene il dubbio che il mio subconscio stia cercando lentamente di trasformarli in qualcosa di vicino alla quotidianità. Quella quotidianità violentata dalla terra impazzita che ha scaricato energie accumulate nel corso di millenni in pochi secondi di follia distruttrice.
Alle tre e mezza di notte. Mentre tutti dormivano.
C’è chi dice che i terremoti vengono più di notte che di giorno.
Cerco di crederci, ma non mi viene niente in mente che possa giustificare una maggiore probabilità di terremoti la notte piuttosto che il giorno… Che so? Potrei piuttosto pensare alla posizione della Terra nello spazio e quindi ad influssi astrali, oppure, richiamando alla memoria una immagine di 2001 Odissea nello spazio nella quale si vedono un sacco di pianeti del nostro sistema solare allineati, pensare a influenze gravitazionali particolari…
Poi ricordo che da qualche parte ho letto che l’allineamento dei pianeti come visto al cinema non si verificherà mai, e mi viene in mente che il buon Dio, per motivi che adesso non riesco ad afferrare, ha messo fin dal momento della creazione la sveglia sismica di queste parti alle tre e mezza di quella notte.
“Tutto sbagliato, baby” sussurro ricordandomi una canzone che mi piace, ma dimenticandomi che non sono da solo nel camper.
Ho il volto della psicologa che mi guarda sornionamente sospettosa, e mi sento quasi analizzato.
“Sono un po’ stanco”, le dico quasi per giustificarmi.
Mi dice che è ovvio che mi senta così: secondo lei sono nella “sindrome del volontario”.
Vorrei dirle che io non sono un volontario, ma non voglio che poi mi prenda come un caso di studio: ho troppo da fare.
Però una domanda mi viene voglia di fargliela: “Ma a voi, chi vi aiuta?”. Poi non la faccio perché ho paura che mi si metta a piangere…
Che non rivesta il ruolo di volontario in questi giorni di emergenza è vero, ma in ogni caso mi ci sento lo stesso.
Nessuno mi ha chiesto di partecipare a queste attività, sono io che mi sono proposto. L’ho fatto perché volevo fare qualcosa per quelle persone. Mettere a disposizione le mie conoscenze e le mie braccia per cercare di fare qualcosa per loro.
Pensavo di fare il tecnico (internet, telecamere, radiocomunicazioni e via discorrendo), invece mi ritrovo a coordinare proprio il volontariato. Non ci sarebbe niente di male se non sapessi che il 90 % dei volontari qui presenti mi ha visto con una tuta gialla addosso, facente parte di una associazione…
Mi fa piacere pensare che questo ruolo mi sia stato affidato proprio perché un po’ conosco il mondo del volontariato e i suoi a volte curiosi meccanismi interni. Che poi tanto curiosi non sono.
Ogni Associazione di volontariato pensa di essere migliore delle altre. E i volontari all’interno di ogni associazione pensano di essere migliori dei loro compagni. Ricorda niente questo meccanismo?
Mi fa piacere comunque pensare, dicevo, che avendo vissuto dall’interno questo mondo, potessi essere identificato come la figura migliore per questo ruolo.
Poi mi viene in mente che le assegnazioni dei ruoli di coordinamento, nove volte su dieci si basano su raccomandazioni, o su motivi che soltanto chi studia la legge del caos potrebbe avvicinarsi a capire.
Tutto sta a trovarsi al posto giusto nel momento giusto (o sbagliato nel momento sbagliato).
Non ci sono regole molto chiare, come dice il cantante, si tira quasi sempre ad indovinare.
E, ripensandoci questo succede non soltanto nelle assegnazioni dei compiti.
Mi racconta un mio collega che certi suoi nipoti che abitano a Giulianova, non sono partiti per la Casa dello Studente quella sera, perché la loro macchina non si è messa in moto, così hanno deciso di partire il giorno dopo.
Cosa significa questo? Che il loro numeretto, lassù, non è ancora stato estratto.
Legge del caos, appunto.
Come quella che sembra governare la buona volontà delle persone che stanno lì a dare una mano.
C’è il tipo che non parla mai, ma che vedi sempre in giro a fare i lavori umili che non sempre tutti vogliono fare.
C’è quello che gonfia il petto dentro la sua bella uniforme da volontario, tutta pulita e piena di spillette autoincensanti, capace di fare casini che nanche uno tsunami o un terremoto sono in grado di fare.
Ci sono i sommozzatori che se ne fregano di stare a cento chilometri dall’acqua, e apparecchiano tavoli e puliscono pavimenti.
Ci sono radioamatori che vengono senza bisogno di essere chiamati a montare, smontare e spostare ponti ripetitori che la mancanza di coordinamento con le istituzioni non permetterà di utilizzare.
Ci sono elettricisti ed idraulici ai quali basta dormire due ore per notte per essere sempre in azione. Ragazze che ti si presentano, che a vederle sembrano uscite da un istituto di bellezza e che, malgrado le apparenze da fighette, si rimboccano le maniche e iniziano a sbucciare patate, distribuire pasti e a spazzare per terra.
Ci sono poi quelli che non capisci perché stanno lì. I soliti che vedi in azione soltanto per farsi guardare, che si alzano dopo le otto del mattino, mentre tutti stanno in piedi almeno dalle sette.
Ci sono i materiali che non arrivano perché adesso non sono ritenuti indispensabili. Sia che siano ricetrasmettitori, sia che siano fornelli in più per la cucina.
Le solite storie insomma. La solita generosità. Il solito cinismo. Il solito cuore. La solita retorica. Il solito dolore. Le solite lacrime.
Che a vederle in televisione non ti fanno lo stesso effetto che vederle davvero.
Che a vederle davvero ti fanno rimpiangere di non avere un paio di occhiali scuri per nascondere i tuoi occhi.
Perché sei lì per aiutare, per infondere fiducia. E non per piangere con loro.
Col vecchio con le stampelle, reduce da una vita di semplice lavoro, che fatica a muoversi nei punti in cui il fango rischia di far scivolare anche un giovanottone dal petto gonfio e la divisa da volontario tutta pulita, e che non vuole che lo aiuti perché ce la fa da solo. Come ha sempre fatto.
Che gli vai dietro di nascosto sperando che non cada, perché non sai se sarai in grado di assisterlo se questo dovesse succedere.
Ci sono i rumori dei gruppi elettrogeni che la prima sera non ti fanno dormire, ma che dopo due giorni non li senti più perché più che addormentarti sulla tua brandina, ci stramazzi sopra vestito, sporco e con la testa che prude per il cappellino di pile che sei stato fortunato a farti dare perché la notte fa freddo. E ti sembra di essere tuo nonno.
Ci sono i volti delle ragazze, stremate e senza un filo di trucco, belle come solo la stanchezza di un lavoro duro e la mancanza di specchi nella tenda può farle diventare.
Ci sono i politici, che vengono a farsi fotografare con i loro camion pieni di cose inutili, che non vedi l’ora che se ne vadano perché bloccano le attività del campo.
E poi c’è la terra, che nuovamente ti ricorda che la sveglia deve ancora terminare di suonare, soprattutto di notte, è vero, quando stai fermo e non cammini.
E se sveglia te, pensa a quelli che si sono trovati fuori dalla loro casa, con un pigiama addosso. E che dopo pochi minuti, non avevano nient’altro a parte quel pigiama.
E questo ti fa vedere le cose in maniera diversa. Ti fa vivere le cose in maniera diversa. Ti fa vedere le persone in maniera diversa.
Ti fa commuovere per la partenza di coloro che sono stati con te a lavorare un giorno soltanto. Persone alle quali non hai fatto in tempo ad affezionarti, per fortuna, ma che quando se ne vanno ti fanno sentire un po’ più solo.
Oppure ti fa apprezzare quelle che, senza chiederti niente, entrano in sintonia con te, che lavorano con te, che sembra che ti capiscano dopo 24 ore, meglio di quelle con le quali lavori da anni.
Che ti ricordano le cose che devi fare e che a te sfuggono perché cominci ad essere sommerso dagli impegni, dallo stress, dalla pipì che non riesci a fare perché se ti allontani dalla radio, comincia a squillarti il cellulare…
E che quando se ne vanno, ti fanno sentire ancora più solo.
Insomma, storie di normale volontariato, in una tendopoli come tante, dopo un terremoto come tanti, dopo i soliti, tanti, morti.